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    postato il 2004-02-22 09:21:24
    da Lello Voce

    Leggere l’intervento di Busi subito dopo quello di Luperini è certo la conferma più patente ( e impressionante) che quanto dice il critico toscano è vero, anzi verissimo. E ciò non tanto perché Busi si diletta a insolentire Gramsci, inanellando una serie di corbellerie snob e proprio sul giornale che Gramsci fondò, non perdendo (non sia mai detto!) l’occasione per fare un po’ di pubblicità al suo ultimo libro, o perché accampa meriti da censurato che in realtà non gli si addicono affatto (e io potrei, anzi, citare il caso personale di una mia risposta a un suo intervento, rifiutata da "Liberazione", solo perché avrebbe turbato la sensibilità del prestigioso e capriccioso collaboratore e imbarazzato fortemente il suo sconfinato amor proprio; il pezzo è ora on line a http://www.lellovoce.it/article.php3?id_article=20 e chiunque, se vuole, può leggere e giudicare), quanto perché, in realtà, tutto il suo intervento di cinquemila e passa caratteri potrebbe essere sintetizzato in una sola parola: IO.
    Busi è la dimostrazione più estrema e patente di quanto facilmente il narcisismo letterario si trasformi in autismo critico e finisca a parlar solo di se stesso, dandosi dell’Egli. Di più: la maniacale concentrazione su stesso sembra nient’altro che la traduzione letteraria (e dunque futile ed inane) del berlusconismo politico, quello che confonde i suoi problemi personali con i guai grandi di questo paese e, in fin dei conti, Busi ci fa la figura della ben nota mosca cocchiera a cui abbiano, però, rubato il cocchio e a cui tocchi, quindi, far la strada trotterellando in punta di piedi e facendo clop clop con la bocca.
    Ma ha ragione Luperini, Berlusconi non è la causa, è l’effetto di questa nostra naufragante Italia, e questo, nel suo specifico (e futile), vale anche per il narcisismo autistico di Busi, effetto estremo di una politica editoriale e culturale che fa degli autori delle icone da vendere a questo o a quel target, o dei divetti (figli di un dio minore) che nel loro piccolo (nel loro minimo, a dire il vero) passerellano a questo o a quel festival, in questo o quel salotto televisivo (o sanremese, tutti luoghi che Busi frequenta e conosce assai bene), guardandosi bene dal dar loro qualsiasi possibilità di starnazzare fuori dal pollaio. Povero Covacich, povero Mozzi, con cui recentemente polemizzavo su queste colonne: dopo aver letto Busi si è indotti a pensare che il dibattito ’esterofili vs patrioti’ possa addirittura essere un buon inizio. Meglio la conversazione da Bar Sport che l’epifania busesca (busica? busiana? buserrima?). Mi sbagliavo io. Chiedo venia a Mozzi e a Covacich.
    Né mi pare che colga nel segno l’intervento di Cotroneo, perlomeno non quando punta l’indice sulla critica (che, pure, ha le proprie colpe), o ripropone la trita differenza tra autori che ’durano’ e autori ’passeggeri’ (chi poi potrà mai deciderlo, oggi…?) perché il problema posto da Luperini, non è ciò che c’è (cannibali, o autori da "premiopoli" e, in quest’ultimo caso, Cotroneo si riferiva forse anche a se stesso?), quanto ciò che non c’è. E ciò che manca è un dibattito letterario serio, una capacità degli autori di incidere con forza sull’immaginario e sul pensiero, la loro voglia di andare oltre il quesito: ho una storia che fila, che vende? Come se un romanzo fosse solo una storia e non anche la lingua che la racconta, la struttura narrativa, i tralicci strutturali che la sostengono. Se mancano le opere ciò dipende dal fatto che manca un pensiero che le progetti, ed anche dal fatto che probabilmente libri ( e film) ottimi ci sarebbero, se solo l’editoria si curasse di pubblicarli, invece di inseguire quel fantasma di semplicità ad ogni costo contro cui giustamente parlava Cotroneo (che pure come autore - e come critico - non è certo esente da complicità e cedimenti verso quel certo modo di fare).
    Un’editoria che non cura le opere di qualità e di sperimentazione è come un’industria che non investe in ricerca di nuove tecnologie. Che è precisamente quello che accade in Italia da decenni, in entrambi i campi. Infatti non siamo, né letterariamente, né economicamente competitivi.
    Inoltre, diciamolo con franchezza, sono ormai anni che la Sinistra civetta col Pensiero Debole, col linguaggio metafisico heideggheriano, anni che assistiamo a una compiacenza silente, ma devastante, nei confronti della Ragione Economica, sino al punto da farci noi, la Sinistra, primi alfieri della scuola azienda, dei presidi manager, anni che ci tocca leggere, su fogli che dovrebbero essere paladini dell’impegno, panegirici di Mike Buongiorno e Celentano, dotte analisi sull’importanza culturale del Festival di Sanremo, anni che la lingua preferita da certa Sinistra è la lingua semplice ed edulcorata che mescola romanticismo di ritorno con idioletto piattamente televisivo, anni che facciamo la corte a modelli romanzeschi ottocenteschi, che riproponiamo un ’genere’ dopo l’altro (il giallo per la collezione autunno-inverno, il ’noir’ per la collezione primavera-estate), senza interrogarci realmente sulla forma romanzo, anni che ci si è accontentati che questo o quel romanziere, o poeta, dicessero di votare a sinistra, omettendo di andare a vedere come scrivevano quello che scrivevano.
    C’è da stupirsi che manchino le opere? Che il dibattito langua, che non ci siano più voci che abbiano il coraggio di rischiare, di inventare il nuovo, di immaginare una nuova utopia?

    PS: nelle more della pubblicazione del mio contributo leggo l’intervento della Professoressa Carla Benedetti e devo, almeno in parte, ricredermi. Qualcosa di nuovo c’è: è un nuovo metodo di analisi e dibattito critico, non più basato su argomentazioni e obbiettive evenienze testuali, ma sull’insulto e sull’intimazione all’altro di tacere. Niente male...

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