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    Il Poetry Slam: diritto alla poesia

    postato il 2003-12-21 18:57:59
    da Lello Voce

    Tutto è cominciato nel 1987, in un club nemmeno troppo noto dell’Uptown di Chicago il Green Mill, di Dave Jemilo, per iniziativa di un poeta americano, allora praticamente sconosciuto, Marc Kelly Smith. Nel giro di pochi anni, poi, il Poetry Slam ha conquistato l’America ed è dilagato anche in tutta Europa, Italia compresa.
    Sostanzialmente si tratta di una gara di poesia in cui diversi autori leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria composta estraendo a sorte cinque elementi del pubblico, sotto la direzione dell’Emcee (Master of Cerimony), come dicono in America, mutuando il termine dallo slang Hip Hop. In linea di principio chiunque può iscriversi a uno Slam e tutti gli stili vi sono benaccetti, anche se uno solo sarà il vincitore del premio finale, usualmente in danaro.
    A dirla così, sembra una cosa da poco, ma in realtà lo Slam è un modo nuovo e assolutamente coinvolgente di proporre la poesia ai giovani, una maniera inedita e rivoluzionaria di ristrutturare i rapporti tra il poeta e il ’pubblico della poesia’. Lo Slam è sport e insieme arte della performance, è poesia sonora, vocale; lungi dall’essere un salto oltre la ’critica’, lo Slam è un invito pressante al pubblico a farsi esso stesso critica viva e dinamica, a giudicare, a scegliere, a superare un atteggiamento spesso tanto passivo quanto educatamente condiscendente, e dunque superficiale e fondamentalmente disinteressato, nei confronti della poesia. Il pubblico degli Slam, che magari fischia sonoramente una performance, o che mugghia il suo dissenso con toni da stadio, ama certo ciò che critica assai più di chi, durante una tradizionale lettura di poesia, ascolta tutto ed annuisce anche a ciò che non gli gusta affatto.
    Smith stesso racconta così la genesi del fenomeno: «L’Uptown Poetry Slam era, ed è ancora, uno "spoken word cabaret" che metteva da parte tutte le barriere che solitamente dividono la poesia dalle altre arti performative. Lo Slam propriamente detto, la competizione, la gara, era ed è una componente secondaria dello show. Esso fu adottato per riempire la terza parte dello spettacolo, come divertente conclusione di una notte che era stata piena di poesia in tutte le sue forme. Ma fu proprio la competizione ad ottenere la maggiore attenzione dai giornali e da molti media elettronici. Di conseguenza è stato l’aspetto competitivo dello Slam che si è, bene o male, diffuso in tutto il mondo.»
    Già, e forse è il caso di domandarsi perché. Magari si rischia di scoprire un inedito aspetto sociale della ’competizione’, di quella ’competitività’ che abbiamo imparato a conoscere piuttosto come cancro necrotizzante del nostro tessuto antropologico e, per farlo, ad evitare accuse di parzialità, potremmo domandare lumi a quel nucleo di imprenditori ed economisti liberali noti come ’Gruppo di Barcellona’. Scopriremmo così che ’competere’ significa ’tendere insieme’ ad un medesimo obbiettivo, che in fondo competitività è un po’ sinonimo di compartecipazione, di condivisione, infine di comunità. Perché stupirsi allora, sia pur in questo mondo in cui tutto sembra funzionare al contrario, del grande successo di pubblico di un evento così socializzante come una ’competizione di poesia’? Perché è esattamente questa la competitività che viene messa in scena durante uno Slam, ed è per questo che ogni Slam fonda una comunità, se volete volatile e mobile, fluida e sempre cangiante, temporanea, ma pur sempre una comunità. Se il pubblico si appassiona alla gara, se prende parte allo spettacolo schierandosi, se continua a discuterne anche dopo la fine dell’evento, è perché ha riconosciuto, ogni oltre dubbio, che la poesia è cosa che lo riguarda direttamente, che le sue parole sono le parole di tutti e di ognuno. E ciò è avvenuto, sostanzialmente, perché, una volta tanto, quel pubblico è stato investito di una responsabilità, gli è stato fatto carico di scegliere, di schierarsi, di prendere parte e partito, non solo di assistere e di ’consumare’. Ogni volta che mi è capitato di incontrare Marc Kelly Smith gli ho sentito ripetere: «la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità; il punto dello Slam non sono i punti, il punto è la poesia». Che è poi tra le forme più nobili e utili di individualismo narcisista che io conosca, ma anche disciplina preziosa per l’espressione della propria personalità. Insomma, come si dice nel giro, nemmeno tanto scherzando: I Slam, therefore I am; faccio Slam, dunque sono. E ovviamente sono gli individui, con le loro singolarità, a rendere possibili e vive le comunità e la forza dei movimenti sta anche nella ricchezza e nella diversità dei loro linguaggi e dei loro immaginari.
    Che ciò avvenga attraverso la lettura ad alta voce dei testi non è poi particolare di poco conto, ma segnale importante di quanto le strade della poesia possano oggi allontanarsi dal segno muto tracciato sulla pagina e tornare ad abitare nel corpo del poeta. La poesia ritrova così un suo pubblico, discute con lui del suo statuto, dei suoi obiettivi, delle sue forme, dei suoi linguaggi. La poesia, insomma, torna, lentamente ma decisamente, anche attraverso i Poetry Slam, ad essere un’attività ’pubblica’ e lo fa, particolare certo non secondario, sperimentando nuove forme e innestandole sul più antico dei media, la voce umana e questo è certamente un fenomeno di portata tale che la critica accademica farebbe un grave errore a sottovalutare e a non prendere nella giusta considerazione, quale che sia poi, ovviamente, il giudizio finale, anche perché non c’è alcuna guerra di religione da combattere tra le giurie popolari degli Slam e la critica letteraria ’accademica’, piuttosto un dibattito da stimolare e, se è vero ( e penso che sostanzialmente lo sia) che lo Slam ha democratizzato il mondo della poesia, ciò è accaduto non tanto perché ha chiamato il pubblico a giudicare i testi direttamente, saltando la mediazione degli esperti - non c’è un aspetto ’luterano’ dello Slam -, né c’è Slammer che si rispetti al mondo che confonda la vittoria in gara con il giudizio e l’analisi critica di un suo testo. No, lo Slam è stato veicolo di democrazia piuttosto perché ha riaffermato con forza che la poesia è parte ed elemento della comunità, che è ad essa necessaria, direi indispensabile, e che, se la sua voce risuona con efficacia e forza, ciò avviene sempre perché - anche nei casi più privati - essa è voce della polis, interesse comune, attività e disciplina ’politica’ per antonomasia; che la poesia, insomma, come ogni altra arte, è un diritto delle comunità, oggi più che mai, figli come siamo di un’epoca che non si è limitata ad inquinare radicalmente il nostro ecosistema, ma che anzi si è preoccupata, con pignoleria, di avvelenare anche il nostro immaginario e i nostri linguaggi. E su tutto questo, certamente, anche i nostri critici e storici della letteratura hanno molto da dire e certo non si sottrarranno alla discussione. E’ per questo che ciò che potremmo chiamare il ’plus di senso’ che gli Slam internazionali - la nostra autoctona italica invenzione - hanno apportato al fenomeno del Poetry Slam, e in generale a quello delle comunità sempre più vaste che se ne interessano, non è solo il pur fantasmagorico intrecciarsi ’formale’ delle differenti lingue che si combattono sul palco, ma - più sostanzialmente - la competizione tra culture differenti, il loro confronto all’interno di quella civilissima forma di scontro (linguistico e antropologico) che usiamo definire dialogo. Così, se proprio volete, non mi allontanerei molto dalla verità se azzardassi in chiusa che gli Slam Internazionali sono stati la risposta in versi giambici, magari modesta e inefficace, di noi poveri Slammer autoctoni, alla Bossi-Fini e a quei lager che qui da noi - con litote tanto fine e raffinata da sembrare una truffa -chiamiamo: Centri di Permanenza Temporanea.

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