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    Rap di fine secolo [e millennio]

    postato il 2010-04-11 19:39:27
    da Lello Voce

    Rap di fine secolo [e millennio]
    (o di G. M. Hopkins)

    Ecco il video del mio Rap-Hopkins, con le immagini di Giacomo Verde e i disegni di Robert Rebotti

    è meglio morire che perdere la vita
    Frei Tito de Alencar Lima

    fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a
    finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e
    frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti
    boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della
    stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo
    e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte
    con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo
    e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi
    fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz
    ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua
    dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire
    protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello

    Nelle nevi sfreccia
    Scagliando all’indietro il porto
    Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
    Perché l’aria è infinita e senza conforto
    E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
    Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
    Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
    Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

    due guerre due mondiali intendo e una mondializzazione che è pure peggio dico per
    quelli della stiva e i primi spazzati dal ponte a colpi d’onda finanziaria dopo onda
    finanziaria col mare delle valute a forza sette-otto e strani figuri italo-americani che
    si aggirano nei corridoi e nel salone e in sala macchine e fino al timone al radar con
    bottiglie e bottiglie di whisky di contrabbando strette sotto i pastrani inseguiti a sirene
    spiegate da alcolizzati in divisa che deràpano-àpano sul cassero e sgommano a proravia
    ma ce n’erano a milioni poi acquattati dietro trincee e barricate da Parigi a Stalingrado
    studenti e filosofi e soldati e intellettuali e imboscati contro il Reich e la società porca
    e borghese nella tundra innevata e al sole dei boulevard e a Berlino poi gruppi sparuti
    ma armati e a Roma sui tetti i tiratori scelti tutti tesi a centrare raffica dopo raffica il
    cadavere accosciato nel bagagliaio rosso che pulsa ad ogni pallottola come di nuova
    vita poi la vite spietata che gira e stringe ogni nostro respiro col fumo nero della stiva

    E poi quanto al conforto del cuore,
    Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
    Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
    Di uno screziato e scorticato maggio!
    Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta
    Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
    Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
    Il tesoro mai visto di cui nessuno - nemmeno per sentito dire - immagina lo splendore?

    e tanto per cominciare uno sparo un semplice sparo a Sarajevo poi esplosioni in serie
    raffiche e sordi boati a poppavia e a Milano, Brescia, Bologna e sui treni squarciati giù
    nella stiva e c’è chi giura d’averne visto uno di ferroviere volare fuori dalle finestre del
    salone spinto in mare da un pulotto col cognome da terrone e c’è chi giura d’aver visto
    quello stesso pulotto ucciso dal fuoco amico di sbarramento d’insabbiamento e trincee
    sul Grappa sin sulla cima innevata dell’albero maestro e ad Anzio e ad Ostia a Napoli
    e tanto per proseguire coi cavalli lanciati alla carica sul ponte di terza la tromba di Bava
    Beccaris che squilla repressione e Tambroni dalla sala radio dirige le ondate dei celerini
    che spazzano il quadrato fin sotto a Valle Giulia calpestando Alice i suoi specchi e il
    walk-man e ustascia cetnici che corrono nei corridoi a caccia di scalpi indiani di scalpi
    metropolitani da offrire poi in sacrificio a questo secolo così breve da stare tutto in una
    poesia tanto breve da mozzare lì il millennio tanto breve da stare tutto in un solo gulag

    «C’è chi mi trova spada qualcuno
    Invece la flangia e la rotaia; fiamma
    Zanna, o flutto» la Morte batte sul tamburo
    e le tempeste strombazzano la sua fama.
    Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra - Polvere!
    Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,
    Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere
    Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno.

    dico dei tempi quando Pasolini era un ricchione Balestrini un terrorista dico del tempo
    che fascisti ne incontravi sempre troppi alla porta della cabina al bar in sala macchine
    e qualcuno pure al timone nè si prendeva poi nessuno tutti scappati sotto La Moneda
    a dar man forte ai cugini americani a far fuori lo zio di una nota scrittrice lo zio cileno e
    comunista o a tagliar le mani a cantanti-conoscenti musici-fiancheggiatori pre-fujimori
    a internare lavoratori a sorvolare Viña del Mar radenti mitraglia tra i denti per la libertà
    dico del tempo che a Piazza Statuto masse di operai-massa incontrollabili a ondate dentro
    e fuori dalla piazza e dal sottoponte disperse con le jeep della Fiat col manganello con le
    pistole della Beretta coi frutti del lavoro e dell’operosità ricostruttiva e resistenziale e loro
    o almeno i loro figli e io con loro a Roma a buttar giù dal càssero il sindacalista in capo e
    poi inseguiti da celerini e operai-massa coi lacrimogeni e le chiavi inglesi e noi sporti fuori bordo a
    vomitare per il mal di mare ma la nave lei accelera accelera altro che contestare

    Uno si precipitò giù dal sartiame per salvare
    Le folli-dolci-donne di sotto
    L’uomo abile-ardito con la vita una corda a circondare
    Fu scagliato sino alla morte d’un sol botto
    Nonostante il suo petto-corazzata e i fasci di forza:
    Poterono vederlo per ore spinto sopra e sotto
    Attraverso lo sfrangiato vello di spuma. Cosa poteva fare
    contro l’annodarsi di fontane d’aria lo scalciare delle onde il loro diluviare?

    c’erano un po’ tutti chi sul ponte di comando chi nella stiva o spuntando dai boccaporti
    ismo su ismo pop e cubisti orfani orfici e orfani avanguardisti espressionisti e surrealisti e tanti e
    tanti quelli rimasti in terza a filo d’acqua tutti che protestano che ti svolazzano accanto come
    mosche sul naso del cocchiere patafisici e petrarchisti figurativi e poveri astrattisti e
    dodecafonici e grunge tecno e pulp e istrioni e pagliacci ed eroi organici alle masse e le
    masse che nemmeno lo sanno che si telenovellizzano in vena e godono del nulla
    ma c’è un mare un oceano sconfinato da dada a dada c’è un sargasso un triangolo
    imbermudato c’è il sudore di un secolo tutto polverizzato in bit fatto silicio e memoria
    attiva c’è un video lungo cent’anni tutto sulle nostre povere rètine bruciate irretite tutto
    da vedere a costo di tener su le palpebre con stuzzicadenti fino alla feccia impressionante
    di queste nostre rovine sfavillanti del latex steso sul disastro delle falle che squarciano
    lo scafo sul vibrore frenetico che scuote la nave sul sibilo acuto delle macchine a scoppio

    Ed io la mia mano baciando
    Fino alle stelle, al bello-frantumato
    Stellato, fuori di sé espandendo;
    Bagliore, gloria del tuonato;
    Baciando la mia mano fino all’occidente di-susina-screziato
    Poiché, sebbene egli sia sotto dello splendore e della meraviglia del mondo,
    Il suo mistero deve essere in-tensionato, forzato
    Perché lo saluto nei giorni in cui lo incontro e benedico quando lo comprendo

    è stato come schianto soffice ed acqueo come cascata gelatinosa di marmellata e idee
    appiccicose come lebbra mentre lo scafo ruotava e li ho visti uno dopo l’altro cadere senza
    essere colpiti fottuti epidemia dopo epidemia infettati definitivamente da questa fine fredda e
    strisciante e poi si sono visti in fila incatenati sfilare gli ultimi irriducibili che
    pesi scontavano i loro sogni e loro violenza e si sono visti i profeti montati sull’albero
    maestro urlare che tutto va bene tutto va bene va bene va bene mentre la chiglia singhiozza
    e incrina mentre il ghiaccio possente ed aguzzo apre le connessure e sono tutti lì in cabina
    che si guardano il loro naufragio in tivvù mentre sul ponte di comando si mangia e si beve
    e si cercano giovani donne esperte in lingue straniere e neo-schiavi per servire in tavola
    mentre che ormai le scosse sono troppe mentre son tutti lì che provano a cambiar canale a
    cambiar destino a cambiare moglie figli e lavoro a cambiare idea a pensare che in fondo
    con tutta quella nebbia lì fuori è meglio morir dentro al caldo come ratti sazi ruttando

    La Speranza grigi crini mostrava
    La Speranza aveva messo il lutto
    Scavata dalle lacrime che l’angoscia sbranava
    La Speranza da dodici ore aveva abbandonato tutto
    E atroce un crepuscolo serrava un giorno addolorato
    Senza soccorso, solo faro e fuoco che splendevano dappertutto
    E infine vite furono strappate al ponte spazzato
    E alle sartie si aggrapparono nell’aria orribile che rovinava

    come un colpo che c’ha colto al diaframma come un colpo stolto che c’ha morto un colpo
    solo per finire la Cagol un colpo solo per non soffrire più sempre meglio che i brandelli di
    pelle sparsi sotto il traliccio sempre meglio del calcio di un fucile un colpo per svuotarci
    la scatola cranica e inzepparla di merendine sofficine di telefonini dietetici di terze quarte
    quinte case e la sicurezza vuoi mettere la sicurezza un colpo solo mentre la prua ormai inabissa e
    gorgoglia e c’è chi fa mercato nero di scialuppe e salvagente e c’è gente c’è
    gente che mente come vive e vive come mente anche ora mentre nuota a stracciafiato e
    congela in flutti color fine-millennio come un colpo sordo che dice chiaro che del Vietnam
    chi vuoi che si ricordi più e del Chiapas chi vuoi che si ricorderà e non c’è trucco non c’è
    inganno non c’è beffa non c’è danno una semplice fine d’anno qui sul Deutschland qui per
    un crack uno strike e ora che la nave non c’è più che resta solo il mulinello che sprofonda noi
    diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita.

    Nota: Questo testo utilizza citazioni tratte da The Wreck of Deutschland [Il naufragio del Deutschland] di G. Manley Hopkins, le traduzioni dall’originale inglese sono mie. Tutte le citazioni sono rese in corsivo.

    2 commenti a questo articolo

    Rap di fine secolo [e millennio]
    2008-11-16 22:11:33|di silvia

    Ho visto allo spazio oberdan di Milano il corto di Giacomo Verde che utilizza il tuo testo, emozionante... davvero! Credo che comprerò il libro...


    > Rap di fine secolo [e millennio]
    2004-04-22 20:00:55|di sandro pedicini

    ciao lello,mi intruppo un pò nelle tue cose. Ma quanta energia hai,dalle poche cose che
    che ho visto velocemente scorrere nel mio cervello,mi sembra di girare in un vortice dionisiaco.
    sandro pedicini


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    Rap di fine secolo [e millennio]

    Rap di fine secolo [e millennio]. (Video .ra -Live at, romapoesia festival, 1999)
    Lello Voce: Spoken words
    Paolo Fresu: tromba, flicorno
    Frank Nemola: elettronica
    Giacomo Verde: video-live
    Courtesy:romapoesia, ZoOom.it & Nanni Balestrini


    Formato file: RealAudio
    Peso: 2.7 Mb

    Rap di fine secolo [e millennio]

    Rap di fine secolo [e millennio]. (Audio MP3)
    Lello Voce: Spoken words
    Paolo Fresu: tromba, flicorno
    Frank Nemola: elettronica
    recorded & mixed by Frank Nemola at Strawberry Street Studios - Bologna
    Paolo Fresu appears by courtesy of BMG France


    Formato file: MP3
    Peso: 9 Mb