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    Letteratura e reale: il gatto si morde la coda...

    postato il 2004-02-08 08:32:21
    da Lello Voce

    Covacich dice, magari in modo troppo ’giornalistico’, dell’inadeguatezza della letteratura italiana nei confronti del reale, lo dice con i toni della deprecatio, alternati a quelli della laudatio esterofila, ma coglie un sintomo importante. Ciò che colpisce nel dibattito che segue, su carta e in rete, invece, più che gli argomenti (i testi), sono i contesti. La concordia nell’alzata di scudi, ad esempio: certo, Covacich fa poco oltre che lamentare una situazione, esprimere sensazioni (e non è molto per uno scrittore che, in fin dei conti, è un intellettuale), ma perché, invece di approfondire, ci si limita a difendersi con tanta vivacità (Genna), o si parla d’altro (Palandri), si prova a salvar capra e cavoli (Bugaro), o si fa scivolare il discorso, con accento vagamente da mosca cocchiera, su temi altrettanto da salotto, quali quelli toccati da Mozzi nel suo intervento su queste colonne (ci manca l’autore [l’io?], meglio un romanzo grasso che uno magro, occorre tornare al romanzo settecentesco, epoca si sa, innamorata delle pinguedini)?
    Poca roba, in verità, eppure il tema, in sé, sarebbe decisivo: quello della capacità della letteratura di essere contemporanea al proprio presente, di essere in grado di narrarlo, di avere la lingua adatta, di essere all’altezza di concepire nuove strutture, di saper fare i conti con la crisi di idee e di forme. Ma Mozzi, in un primo intervento su I Miserabili, si preoccupa innanzi tutto di difendere il suo lavoro di editor presso Sironi, mentre Genna, sempre sul medesimo blog, mette in salvo la bandiera (Moresco) e poi si avventura in analisi che, sia detto per onestà, sono di sciatteria olimpionica. Qualche esempio: «(…) l’incantamento: uno stato psichico al quale la letteratura invita, verso il quale essa fionda [sic!] quando è grande letteratura. (…). La letteratura non fa pensare (..). La letteratura veicola uno stato che approssimativamente potrei definire ’ultrapsichico’». Niente male come carta da visita di una prosa che si vuole capace di fare i conti con la complessità del reale. Perché il problema di fondo è precisamente e più che mai quello del reale, non quello del realismo, e, meno che mai, quello della mimesi. Chi sono, in questa discussione, i nipotini di Metello? Quali gli epigoni di Liala?
    Leggendo il primo intervento di Mozzi su I Miserabili si incappa, poi, nell’altra faccia della discussione - un po’ da Bar Sport - esterofili vs patrioti, introdotta da Covacich: « il nostro DeLillo, l’abbiamo avuto trent’anni fa ed era Elsa Morante, così come il nostro Carver l’abbiamo avuto settant’anni fa (Federigo Tozzi)» Peccato che, se fosse davvero così, sarebbe DeLillo a essere la Morante americana e Carver la versione anglofona ed attardata di Tozzi. Che non è per niente la stessa cosa. Ma per Mozzi la colpa è della critica, dei ’mediatori’, che non si accorgono della ricchezza di opere prodotte in Italia: ma chi sono i mediatori, oggi, i critici o gli editor ? Perché, nel caso secondo, se i mediatori veri fossero gli editor, come mi permetto sommessamente di suggerire, allora alcuni dei protagonisti della querelle e alcuni degli autori citati da Covacich e da chi lo critica sarebbero dei mediatori in prima persona: Mozzi e Franchini, per fare un esempio, o lo stesso Genna. Il gatto si morde la coda…
    Meglio leggere su Nazione Indiana l’intervento, estraneo alla discussione, di Raimo, la tematica in fondo è la stessa: dentro ci trovate una rabbia bianciardiana che mette il dito nella piaga purulenta della malaprassi, dello scandalo quotidiano di superficialità e sciatteria che è diventato occuparsi di letteratura oggi in Italia, a partire dalle librerie, dalle tipografie, dai nostri editori, piuttosto che dagli stati ultrapsichici genniani. Perché il nocciolo dell’inadeguatezza di cui parla Covacich sta poi proprio nell’incapacità nostra di affrontare grandi gliommeri teorici, in uno con enormi malcostumi culturali, antropologici, assolutamente e quotidianamente materiali e pratici. Occorre, insomma, una verifica dei poteri, (politici, linguistici e ’formali’), altro che mitologie da ’opera mondo’ in un presente che non sa più neanche che cosa significhino, né se esistano per davvero, tanto l’opera, quanto il mondo, e che dal mito (dalla sua serialità) è stato tanto avvelenato da essere ormai mitridatizzato, come già intuiva il Montale citato da Mozzi. Che è esattamente la cosa di cui nessuno, sinora, in questo dibattito, ha provato ad interessarsi sul serio.

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