Tra Bowie ed Eco: di chi è la morte di un artista?

26 febbraio 2016 Letteratura e arti
Tra Bowie ed Eco: di chi è la morte di un artista?

Confesso che, tra qualche mese (diciamo maggio) uscirà il mio nuovo libro-disco.
Ma vi assicuro e vi prometto che – almeno allo stato – nulla fa presumere che poco dopo morirò e giuro che m’impegnerò strenuamente perché ciò non accada.
Dunque, mi spiace per il mio imprudente editore, ma dovrà arrangiarsi da solo, nella maniera solita: presentazioni, passaggi radio, social, eccetera. Niente funerali, né pubblici, né privati.
E anche voi, miei 25 lettori-ascoltatori, dovrete farvene una ragione. Non solo non sono noto (né bravo) quanto Bowie, o Eco, ma sono testardamente attaccato alla vita: come una cozza al suo scoglio.
Se vi piaccio poeta vivo, bene. Altrimenti di poeti morti ne avete a bizzeffe.

Ovviamente mi riferisco alla sorprendente puntualità con cui la morte ha bussato alla porta di due personaggi celeberrimi, come Bowie e Eco, immediatamente dopo che avevano terminato le loro ultime opere.
Stupefacente come la stessa situazione si sia ripresentata due volte di seguito e stupefacente (almeno per me) come ciò che è seguito alla loro morte mi abbia indotto a reazioni così diverse: affascinato dall’estrema performance del Duca, un po’ disgustato dall’editrice di Eco che fa advertising del suo ultimo libro durante i funerali.

Ovviamente mi sono chiesto perché.
Ho escluso che c’entrasse qualcosa la frequentazione personale (peraltro esilissima) avuta negli anni con Eco.
Non credo che avrei reagito diversamente se fossero stati i funerali di qualcuno che non avevo mai incontrato.
Ho escluso anche qualsiasi forma di esterofilia, o antipatia personale: non nutro particolare trasporto per la cultura nordamericana e – in generale – stimo professionalmente l’editrice di Eco.
E allora?

E allora la ragione forse è questa: a decidere di trasformare la propria morte nella sua ultima esibizione è stato Bowie stesso.
È stato lui a far apparire la presenza inquietante della morte nella musica, nei video, nelle parole del suo ultimo disco. È stato lui, liberamente, a metterla davanti a noi. A mostrarcerla in tutta la sua devastante forza, nella semplicità deformante che tutti ci accomuna. Indimenticabili quei bottoni al posto degli occhi nel video di Lazarus

Bowie era un artista, un artista profondo e senza altre maschere che non fossero quelle del suo travestirsi. Inequivocabili i testi e le immagini dei video che accompagnano le nuove canzoni.
Il Duca ha ballato per noi anche la sua danza con la morte. Lo ha fatto davanti a tutti, scegliendo, liberamente ed autonomamente, che così fosse.

Eco, invece, è stato prima di tutto uno studioso, un intellettuale e nulla a quanto pare - visto che si tratta di una raccolta delle sue già edite “Bustine” – in questo Pape Satàn allude alla sua malattia (peraltro nota da tempo a chi lo frequentava) e alla sua morte. Né credo, conoscendo un po’ la sua gioviale riservatezza, che la cosa lo avrebbe minimamente interessato. Neanche a livello artistico.

Resta dunque – in questo secondo caso – solo l’istintiva ingordigia, quasi il riflesso automatico, di chi, pur davanti a quella che Totò genialmente definì “la livella”, non rinuncia a farsi pubblicità, a pensare alle vendite.
In fondo Eco quel libro dev’esserselo inventato proprio per dare – oltre a ingenti capitali – un ulteriore aiuto a quella nave di cui è stato nominato Capitano post mortem.
Dunque l’occasione andava colta al volo?

Dice Hélène Cixous, nel suo splendido Tre passi sulla scala della scrittura, che in fondo si scrive proprio per questo: per abituarsi all’idea della morte, la scrittura è: «questo imparare a morire».
Ma che questo diventi esplicitamente pubblico è scelta che spetta a noi artisti, non a chi ci edita e ci produce.
Il nostro apprendimento della morte è quanto di più irriducibile alla merce. È qualcosa che può essere solo regalato, non venduto. Almeno quando accade davvero.
Dopo non potremo più replicare, a parlare per noi ci saranno solo le nostre opere: eccelse o mediocri che siano.

Bowie avrebbe potuto vendere altrettante copie di Black Star anche se avesse deciso, come suo ultimo atto, di parlare di tutt’altro.
Tentare di impadronirsi anche della morte di un’artista (dopo averne posseduto e commercializzato le opere) mi pare francamente esagerato e di cattivo gusto.

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